JACKFLY STORY
JACKFLY
è un progetto multimediale interattivo e polifunzionale.
Obiettivo del progetto mettere sotto
i riflettori un problema di cui tutti paghiamo le
conseguenze: lo strapotere delle banche.
JACKFLY è un romanzo, un sito internet, un
vdeogioco e una serie di iniziative culturali ed eventi
mondani.
JACKFLY sarà un saggio e un film, di cui la
produzione dovrebbe iniziare tra non molto.
JACKFLY nasce perché la realtà degli
istituti finanziari, delle persone che ci lavorano,
così come anche di chi, dal di fuori, utilizza
i servizi bancari, è una realtà con
gravi storture. Una realtà che dovrebbe fermarsi
a riflettere, seriamente, su se stessa.
Gli interventi della magistratura, sempre più
frequenti, gli scandali che si susseguono a breve
distanza l'uno dall'altro, la delusione, la collera
dei clienti dimostrano, se non altro, che gli organi
di controllo aziendali vanno rivisti.
Il problema, del resto, non è nell'inasprimento
delle pene, ma nella possibilità di accertare
i fatti e punire i colpevoli. A volte, rendere le
pene troppo aspre è il modo migliore per evitare
di applicarle.
Il problema non è che ci siano mele marce.
Ma siamo sicuri che, nel complesso, il sistema si
fondi sull'onestà sostanziale di chi ne fa
parte? A volte, guardandosi intorno dall'interno,
si può arrivare a nutrire qualche dubbio anche
su questo.
E allora? Allora se il Governatore della Banca d'Italia
sostiene che l'economia italiana si fonda sul sistema
bancario e che bisogna fare di più per migliorarlo,
io decido di prenderlo alla lettera. Vivo in Italia
e il mio contributo al miglioramento del sistema bancario
sarà JACKFLY.
Troppo ambizioso? Vedremo. Intanto, voglio almeno
provarci.
Chi lavora in una banca è come se fosse continuamente
sotto il controllo occhiuto di un Grande Fratello.
Contratti capestro, clausole vessatorie, penali, la
paura di commettere, magari inavvertitamente, qualche
minima infrazione che poi verrà pagata a caro
prezzo, la necessità di tenere sotto controllo
anche i membri della propria famiglia
insomma
chi lavora in una banca è continuamente sotto
stress, uno stress incessante, che si estende a tutti
gli aspetti della vita - gli hobby, gli amori, le
conoscenze, le idee, persino i gusti personali.
Il sistema, impersonale, meccanico che ti tritura
senza emozioni e che sembra impossibile da modificare
è poi reso ulteriormente pesante dal management:
i presidenti, gli amministratori delegati, i direttori
generali delle banche sembrano spesso preda di un
delirio assurdo di onnipotenza, come se la consapevolezza
di far parte di un pilastro irrinunciabile della società,
li inducesse a pensare di poter estendere il loro
dominio a tutti i gangli dell'economia, della politica,
della vita sociale, culturale e addirittura personale
dei cittadini.
Ma se almeno le banche adempissero al loro compito
con onestà, tenendo ben presente davanti a
sé il miglioramento delle condizioni della
società in cui viviamo, questa situazione sarebbe,
se non accettabile, quantomeno comprensibile. Invece,
il management è scelto dall'azionista solo
ed esclusivamente per realizzare profitti e mai per
realizzare quell'obiettivo di crescita sociale che
pure dovrebbe essere implicito. Anzi, e ultimamente
molti l'hanno sperimentato sulla propria pelle, profitti
e crescita sociale si situano su piani di totale conflittualità.
Eppure, quando sostenni l'esame di diritto all'università,
tra tutti, fu l'articolo 41 della Costituzione a rimanermi
impresso più di altri: "L'iniziativa economica
privata è libera. Non può svolgersi
in contrasto con l'utilità sociale o in modo
da recare danno alla sicurezza, alla libertà,
alla dignità umana
" Mi pare proprio
che, oggi, il sistema bancario italiano, e gli uomini
che lo governano non abbiano bene in mente questo
articolo. Ma non bisogna fargliene troppo una colpa:
molti dirigenti bancari non hanno avuto la possibilità
di studiare la costituzione italiana - alcuni hanno
solo un diploma di ragioneria, altri neanche quello.
E poi non si può neanche sperare che i loro
consulenti legali gli diano ripetizioni di diritto.
Non gli conviene. Se la gente conoscesse meglio la
legge, litigherebbe di meno, ma se si litigasse di
meno gli avvocati come farebbero a tirare fine mese?
Ci sono tanti bocche da sfamare in Italia!!!
Un modo che gli avvocati hanno di guadagnarsi il companatico
è nel creare una condizione di quasi assoluta
immunità per le banche e per i loro dirigenti.
Non so se sia una condizione o un'illusione, comunque,
funziona abbastanza. Grazie all'opera solerte di questi
Azzeccagarbugli, a proteggere la banca c'è
un sistema di norme involuto e farraginoso che riesce
a nascondere fatti e misfatti dietro una nebbia quasi
impenetrabile. E a proteggere il management c'è
sempre lui, il milionario azionista che ha le mani
in pasta dappertutto e può influenzare tutto
e tutti. "Sii fedele e ricordati che sei lì
perché ti ci ho messo io. Il tuo compito è
fare profitto, ricordalo. E non perderti in pinzillacchere.
Altrimenti, sai cosa succede ai dirigenti che non
fanno profitti? Li caccio fuori in 24 ore."
Ma anche in questa eventualità non c'è
molto da preoccuparsi. Perché per licenziare
un amministratore delegato o comunque un alto dirigente
bancario c'è da pagargli due anni di stipendio
(l'equivalente di quarant'anni dello stipendio di
un operaio), e poi ci sono le indennità, le
buonuscita
insomma la legge protegge molto i
diritti di questa categoria. Tanto di cappello. I
diritti acquisiti non si toccano.
E poi, non dimentichiamo che, in Italia i manager
silurati generalmente vengono assunti nuovamente,
in posizioni di maggior responsabilità e prestigio.
Se poi hanno c'è alle spalle un'esperienza
di vere e proprie truffe, allora la loro carriera
diventa sfolgorante. Basti pensare a un numero: 121
Ecco, dunque, un sistema che è stato capace
di creare per sé e per i suoi dirigenti una
botte di ferro praticamente indistruttibile contro
cui tutto è destinato a infrangersi senza speranza:
la legge, la morale, persino la congiuntura economica.
I paperi zoppi di questo sistema sono
parecchi: il cliente, l'impiegato di banca, il quadro
intermedio oppure chi lavora con un contratto tale
che deve scontare una buona possibilità di
guadagno con una totale insicurezza riguardo al domani.
Facciamo un nome a caso? Il promotore finanziario.
Chi non è del ramo potrà anche rimanere
impressionato dalle provvigioni che un promotore finanziario
bravo riesce a guadagnare in un anno di lavoro. Si
tratta di quel che si dice soldi positivi e che sono
sempre una percentuale non molto elevata di quanto
un promotore fa guadagnare la banca e (ci si augura)
ai propri clienti. Tuttavia, il promotore finanziario
è uno che non dorme mai tranquillo. E non parliamo
dell'incertezza dei mercati finanziari: quelli bravi,
di solito, la sanno domare.
Parliamo del fatto che un promotore finanziario può
essere licenziato facilmente, in quanto non ha particolari
garanzie contrattuali. Quindi se non fa quello che
vuole il management sa bene quale destino lo aspetta.
La legge non lo tutela, anzi lo dissuade a cercare
di difendersi: tali e tante sono le pastoie, gli inghippi,
le ambiguità dei codici che, se per caso il
promotore licenziato volesse intraprendere una causa
di lavoro, sarebbe come controfirmare la sua condanna
a morte che il management ha già pronunciato.
C'è poi un fatto di cui tener conto: alla banca
conviene sempre cacciare il promotore che non fa quello
che vuole il management, soprattutto nei casi in cui
lavora bene, per tutta una serie di ragioni. Ad esempio,
in questo modo riesce a non pagargli quel che gli
spetta ma non ha ancora incassato. Un bel risparmio!
Che vale la perdita anche di un buon professionista.
Specialmente in tempi di crisi di bilancio come questi.
Intanto mettiamo a bilancio il risparmio che ci viene
dal non aver pagato il promotore. Poi, tra sette otto
anni, anche se dovremo dargli qualcosa, si vedrà
(o se la vedrà il management futuro). Poi,
la banca ha addirittura un vantaggio fiscale nell'affrontare
una causa, in quanto mette a riserva nel bilancio
l'eventuale perdita e non ci paga le tasse (si tratta
della voce "fondi rischi/oneri futuri").
L'unica precauzione che deve prendere la banca è
rendere impossibile al promotore defenestrato di "portarsi
con sé" i suoi clienti, o magari anche
qualche collega. Ma questo non è difficile:
basta lusingare i promotori con qualche decimo di
percentuale di provvigioni in più e minacciandoli
con lo spettro di un contenzioso.
Infatti le banche più furbe e meno competitive
fanno firmare contratti e clausole che prevedono penali
pecuniarie in caso di dimissioni. Il fatto, poi, che
queste clausole non siano del tutto legali, o che
i contratti siano ambigui e soggetti a interpretazioni
contrastanti non ha molta importanza. L'importante
è che abbiano una forza dissuasiva e minatoria
indiscutibile.
La dissuasione in che cosa consiste? Nel fatto che,
anche di fronte a un contratto evidentemente irregolare,
il tempo e i mezzi necessari a far valere le proprie
ragioni sono tali e tanti che, al singolo, conviene
lasciar perdere. Innanzi tutto, le banche possono
mettere in campo squadre di avvocati agguerritissimi.
Un onesto professionista, a malapena riesce a ingaggiarne
uno. Poi una causa dura in media otto anni. Un onesto
professionista non ha tanto tempo a disposizione.
La lentezza della giustizia lo farà morire
giorno per giorno, udienza dopo udienza. L'impegno
nella causa lo distrarrà dal suo lavoro che
non svolgerà più con la stessa dedizione.
La sua controparte, invece, il direttore o l'amministratore
delegato, una volta passata la pratica all'ufficio
legale, non verrà più disturbata.
In questo modo arriverà il momento in cui il
promotore si accontenterà delle briciole pur
di chiudere il contenzioso. E a quel punto la banca
avrà un ulteriore guadagno. Ecco perché
alle banche non conviene quasi mai negoziare, anche
quando hanno torto marcio. Se non gli fai causa, ci
guadagnano. Se gli fai causa, pure.
Ciò
nonostante, tanto per mantenere le forme, le banche
trovano sempre un pretesto, seppur banale, per licenziare
un promotore finanziario. È così facile,
del resto. Gli si manda un controllino. Non c'è
bisogno di scomodare la Consob. Basta mandargli il
controllo interno della banca: è gente che
fa miracoli. Il controllo interno dovrebbe vigilare
sull'operato della banca, dei suoi dirigenti e di
tutti i dipendenti e promotori finanziari, riferendo
direttamente al presidente del collegio sindacale
che a sua volta, dovrebbe informare immediatamente
la Consob nei casi più gravi. Caspita, c'è
da farsi tremare le vene e i polsi. Per fortuna che
c'è un piccolo particolare. Il controllo interno
è scelto e pagato dal management della banca
A questo punto, chi si sente di scommettere sulla
sua indipendenza? Non ho mai letto che il controllo
interno di una banca abbia mai fatto estromettere
un amministratore delegato. E mi stupirei del contrario,
visto che è lui che li fa pagare?
Insomma, basta che il management mandi i funzionari
del controllo interno dal promotore che quest'ultimo
si rende conto che la sua ultima ora è scoccata.
I "controllori" si metteranno a rovistare
negli archivi e negli schedari del promotore alla
ricerca di elementi utili all'esecuzione della vittima
predestinata. E di sicuro ne troveranno. Sono pagati
anche per questo.
Sulle spoglie del poveretto, dead man walking, cominciano
presto ad aleggiare avvoltoi e a farsi avanti sciacalli.
Un po' come i capponi di Renzo, si tratta di altri
promotori, poveretti, che invece di darsi da fare
per aiutarsi a vicenda, fanno il gioco dei loro padroni
che conoscono bene il detto divide et impera e quindi
affidano proprio agli ex colleghi del silurato il
compito di fargli terra bruciata intorno: impedirgli
di portarsi via i clienti, ostacolarlo in ogni modo
nel ritrovare un altro lavoro. È istigazione
allo sciacallaggio, ma la chiamano aziendalismo. Potenza
delle parole che purificano anche le latrine.
Parlavamo di queste cose, una sera,
nella saletta riservata di un ristorante milanese
con due miei amici. Uno è l'amministratore
delegato di una banca e l'altro un avvocato specializzato
in diritto del lavoro di un grande studio legale di
rilevanza internazionale. Eravamo nel febbraio del
2002, e faceva un gran freddo. Stavo pensando a cosa
fare della mia esistenza.
"Be', se le cose stanno davvero così,
e voi me lo confermate", dissi, "perché
non denunciamo la situazione? Se ci mettessimo insieme,
ad esempio, forse qualcosa riusciremmo a combinare.
Magari potremmo farne un film."
I miei amici si guardarono l'un l'altro e si misero
a ridacchiare. "Certo, certo. Che ci vuole? Anzi,
perché non ci scriviamo anche un libro?"
Io feci finta di non aver colto l'ironia e risposi
seriamente. "Potrebbe essere un'idea. Ma il fatto
è che in Italia si legge troppo poco. Un film,
insomma, avrebbe più impatto. Però,
ora che ci penso, anche un bel romanzo, un financial
thriller avrebbe il suo impatto."
"Insomma, Nicola, abbiamo capito che ti brucia
che la classe dirigente bancaria vince sempre e vorresti
raccontarlo. Ma a chi vuoi che interessi una storia
simile? È scontata, no?"
"La realtà è scontata. Ma io voglio
raccontare l'impossibile: la storia di uno che si
ribella e che, da solo, riesce a battere una banca
di farabutti in giacca e cravatta."
"Superman, insomma."
Sorrisi, di nuovo senza raccogliere. "E sapete
chi sono i suoi antagonisti?"
"Sentiamo."
"Un amministratore delegato senza scrupoli, circondato
da gente peggio di lui e l'avvocato di uno studio
legale internazionale, borioso pieno di sé
che pensa solo alla parcella. Vi riconoscete?"
Siamo amici da sempre, quindi i due non se la presero,
anzi si misero a ridere e facemmo una scommessa: dissero
che non ce l'avrei mai fatta.
Ecco, invece, che, piano piano li sto smentendo.
Sfruttando le competenze di questi due amici, la loro
esperienza, i piccoli aneddoti personali, ascoltando
con molta più attenzione le loro strategie
aziendali e professionali e le loro comprovate tecniche
per "fregare il prossimo" raccolsi materiale
sufficiente per iniziare la stesura del più
sconcertante thriller finanziario che mai, da solo,
sarei riuscito ad immaginare: li avevo ingaggiati
come consulenti, a loro insaputa e senza stipendio!
Ritroverete questi due personaggi, in qualche modo,
anche in JACKFLY. Ma non preoccupatevi, nella vita
reale non sono così terribili
sono peggio!
Piano piano, dicevo, li sto smentendo. E, in effetti,
da quel lontano febbraio 2002 ne è passato
del tempo. Lentamente il progetto ha acquistato dimensioni
sempre maggiori. Ho creato un sito internet, una community
di persone che vorrebbero fare qualcosa per migliroare
il sistema. Ho girato un trailer, fatto comporre una
canzone, creato un videogioco. La stampa ha cominciato
a occuparsi di Jackfly. E ora anche voi, finalmente,
l'avete conosciuto.
Vorrei concludere con alcune domande e una considerazione.
Le domande: Ma davvero la dignità di una persona
normale vale meno di quella di un amministratore delegato?
Ma davvero vogliamo ridurre il mondo della finanza
a un acquario pieno di squali? Non pensate anche voi
che la vita sia un bene troppo prezioso per essere
lasciato alla mercé di certi sciacalli che
agiscono, per di più, con la quasi certezza
di non venir assicurati alla giustizia? Autorevoli
dirigenti di questo mondo, onorevole signor Governatore
della Banca d'Italia, eccellentissimo signor Presidente
della Consob, non pensate anche voi che sarebbe ora
di finirla, di cambiare sistema e di dare a certi
loschi figuri, ai loro complici e alle loro conventicole
quel che si meritano? Avete qualcosa da dirmi?
La considerazione: La differenza tra Jackfly e quanto
scrivono le cronache dei giornali o quanto ci fanno
vedere i telegiornali non è poi così
grande. Quelle sono storie vere realmente accadute.
Jackfly è una storia vera, quasi completamente
inventata.
Buona lettura e a presto!
Nicola Scambia